OMELIA DELLA CELEBRAZIONE EUCARISTICA PRESIEDUTA DA DON LUIGI RUBINO PER LE ESEQUIE DEL MAESTRO TOTA

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Cattedrale – 14 febbraio 2008

Forse un po’ tutti facciamo fatica a credere che il maestro si trovi in mezzo a noi e stia fermo, in silenzio, noi che eravamo così abituati a vederlo sempre in movimento, a sentire la sua voce squillante risuonata tante volte in questa Cattedrale, per le vie della città, perfino nelle nostre case attraverso l’emittente televisiva. La sua voce forte attraverso i giornali cittadini.

Chissà per quale misterioso disegno di Dio la maggior parte di noi non ha potuto vederlo per l’ultima volta nel riposo della morte, ma è venuto a noi coperto quasi a mettere in secondo piano questa situazione e ricordarci il nostro errore: lui è vivo.

Non si tratta di sensazioni personali, né di illusioni per rendere meno amara la morte umana, ma ce lo ha ricordato la parola di Dio che attraverso la sua sapienza ci ha detto: agli occhi degli stolti parve che morisse, ma lui è nella vita e nella pace.

In effetti noi stiamo qui per celebrare la vita e non la morte, stiamo qui per dare fiducia alle parole di Gesù che non sono menzognere ma potenti e capaci di realizzare ciò che dicono. E la Parola del Vangelo ci ha ricordato la promessa di Gesù: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna ed è passato dalla morte alla vita. E chi conosce questa voce, chi è abituato alla voce di Cristo, pastore buono, la sentirà e uscirà dal sepolcro per la risurrezione.

Questo è possibile perché Gesù ha la vita, anzi Gesù è la vita e lui non sopporta la morte. E se davanti a questa realtà ci si sente deboli e impotenti, il Signore assicura il suo intervento.

Questa promessa di Gesù dà fiducia, consolazione, speranza perché il nostro caro maestroha ascoltato la voce del Signore, ha creduto fermamente in lui, si è affidato a lui nella vita e nella sofferenza. Ha compiuto così il suo passaggio, passaggio che la prima lettura ha indicato con una immagine molto bella: le mani, simbolo di sicurezza, di amore, di attenzione, di premura. E’ passato dalle mani dei figli e delle persone che gli hanno voluto bene a quelle di Dio, mani più sicure perche capaci di fare ciò che le nostre povere mani non possono fare; infatti la morte lo ha rapito dalle nostre mani che non sono riuscite a difenderlo nonostante l’impegno, ma non è caduto nel vuoto bensì in altre mani, in quelle di Dio da dove nessuno potrà strapparlo; lo conferma ancora la parola di Gesù: Io do’ loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno rapirà dalla mia mano.

Questa convinzione basata sulle parole di Gesù diventa ancora più forte se guardiamo alla vita del maestro che si è fatto discepolo e ha cercato in tutti i modi di seguire il Signore, di corrispondere, e fino alla fine, alla proposta cristiana insegnandoci concretamente che essere credenti non vuol dire cedere al bigottismo, essere poco interessati alle cose della vita, tacere su cose importanti per non creare troppi problemi.

Essere cristiani, al contrario, significa, amare la vita, appassionarsi alla vita. Il maestro è stato innanzitutto un appassionato della vita intesa in senso forte, pieno. Le molteplici attività, i diversi impegni che sarebbe difficile e lunghissimo elencare, il genio e la fantasia nel concepire, partorire e portare avanti iniziative, dimostrano la sua passione per la vita. E’ stato un maestro che ha svolto il suo compito non con l’autorità di chi solo insegna, ma con l’autorevolezza della testimonianza; maestro per tati anni nella scuola, educatore di intere generazioni, maestro nella vita parrocchiale e diocesana come catechista, presidente dell’Azione Cattolica, formatore degli operatori caritas e degli obiettori di coscienza; maestro nella vita cittadina con la sua passione per le tradizioni, i canti popolari e religiosi, i monumenti; chi di noi, volendo conoscere qualcosa di antico non si è rivolto al maestro sicuri di trovare una risposta? Sicuramente in molti. Nonostante non sanseverese di nascita, ha saputo inserirsi pienamente nel nostro territorio fino a scoprire, animato da sana curiosità, cose che hanno arricchito il nostro tessuto culturale. Una passione, la sua, che consegna alle future generazioni soprattutto attraverso la mole di documenti fotografici.

Ci ha insegnato che essere cristiani significa non cadere nell’indifferenza davanti a una cultura che distrugge i valori umani e cristiani; e lui diverse volte è intervenuto su questi temi.

La giocosità e l’entusiasmo per ogni iniziativa, anche la più banale. La sua serietà nel ribadire l’importanza di certe cose si uniscono anche ai momenti di difficoltà che non sono mancati nella sua vita, insegnandoci, così, che seguire il Signore significa accettare pure la sofferenza. Sicuramente non tutti hanno capito sempre il suo spirito e i suoi interventi; nella vita familiare non possiamo dimenticare la sofferenza per la perdita improvvisa della moglie Giuseppina; nella vita personale quest’ultimo periodo caratterizzato dalla sofferenza fisica che pian piano lo ha consumato. Tuttavia, momenti vissuti ancore con grinta, forza, e quella speranza radicata nella fede che lo ha portato ostinatamente a dire fino alla fine: sto bene, tanto era il suo desiderio di vivere per continuare a portare questa missione di cui si sentiva investito dal Signore.

Credo che il maestro ha lasciato San Severo, prima di ricoverarsi, nel modo più bello, forse come avrebbe desiderato: ha salutato la comunità civile con un premio a lui riservato; ha salutato la comunità diocesana, attraverso la nostra comunità, animando l’ultima celebrazione eucaristica vissuta in mezzo a noi, con i canti come faceva spesso nel passato. Ora in Dio troverà la sua più grande soddisfazione: sarà Lui a donargli il vero premio, quello eterno e lì potrà cantare per l’eternità la misericordia di Dio.

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